I Santi e i Beati dell’Ordine

Beato Gaspare de Bono

Nacque a Valencia (Spagna) il 5 Gennaio 1530 e morì il 14 Luglio n1604, nel giorno da lui stesso predetto. Militante nell’esercito di Carlo V, mentre si trovava in Lombardia durante un combattimento, riportò delle gravi ferite. Guarì grazie all’intercessione del Santo di Paola, abbandonati i campi di battaglia e tornato in Spagna, chiese di entrare nell’Ordine de Minimi. Emise la prima professione religiosa nel 1560; quella dei voti perpetui nel 1561. Ricevette l’ordinazione sacerdotale nel Giugno 1563. Più volte chiamato a guidare la Provincia di Spagna, si distinse per le sue numerose virtù. Riconosciuto in vita già come “Santo”, si dedicò alla contemplazione; ebbe il dono di scrutare le coscienze e fu dotato di spirito profetico. La sua memoria liturgica si celebra nell’ Ordine ogni anno il 4 Luglio.

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Beato Tommaso Felton

Questo giovane religioso nacque a Londra nel 1568 e nel 1588 subì il martirio insieme al papà Giovanni, per aver giurato fedeltà al Papa e alla Chiesa Cattolica. Diciottenne si fu esiliato in Francia, a Reims conobbe i PP. Minimi e la spiritualità del loro fondatore. Vestito l’abito religioso, per motivi di salute, clandestinamente, fece ritorno in Inghilterra. Dopo essere guarito, col desiderio di tornare a Reims, fu riconosciuto da alcuni ufficiali. Per tre volte fu accusato di non voler riconoscere il primato della Regina Elisabetta sul Pontefice di Roma. Imprigionato, subì atroci torture. Rimasto fedele al Papa e alla Chiesa, dopo un processo sommario fu brutalmente condannato a morte. La sua memoria liturgica si celebra ogni anno nell’Ordine il 1 Settembre.

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Beato Nicola Barrè

Nicola Barrè nacque ad Amiens, il 21 Ottobre 1621. Cresciuto in una famiglia profondamente cristiana, all’età di 19 anni esprime il desiderio di entrare nella famiglia religiosa di San Francesco, che nella Francia del 1600 godeva di notevole prestigio. Dedicò la sua vita alla salvezza delle anime, all’accoglienza della gioventù e in modo particolare rivolse le sue maggiori attenzione e spese le sue energie a favore dell’infanzia abbandonata, che a quei tempi viveva nell’estreme e degradate vie della città. Fu ordinato sacerdote nel 1645. Col desiderio di voler conoscere più approfonditamente il carisma del suo fondatore, nel convento di Parigi, si dedicò costantemente alla predicazione e direzione spirituale. Indebolito in modo notevole, fisicamente, psicologicamente e spiritualmente, P. Nicola viene trasferito nel convento di Amiens. Li ha la possibilità di conoscere la società del suo tempo, allora caratterizzata da forti contrasti. Giunto alla conclusione che l’ignoranza, profana e religiosa, era l’origine di tutti i mali, iniziò a formare maestri di scuola che istruissero gratuitamente i bambini poveri. Fu così che a Rouen nacque la prima comunità di suore dell’Isituto ”Suore del Bambino Gesù” che hanno come motto “ Istruire ed Educare”. Il 31 Maggio 1686, a Parigi, alla sua morte, per la città si diffuse subito la voce: “ il Santo Minimo è morto”. La sua memoria liturgica ricorre ogni anno nell’Ordine il 21 Ottobre.

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Beato Carlo Hurtrel

Nacque a Parigi nel 1760. Nel 1781 vestì l’abito religioso dei Minimi e nel 1783 ricevette l’ordinazione sacerdotale. Al tempo della rivoluzione francese, si trovava a Parigi, nel convento dei PP. Minimi, dove svolgeva la mansione di bibliotecario. Insieme al fratello Ludovico, fu accusato di essere partigiani del re e furono trasferiti al punto di concentramento nella città di Saint Germain des Pres. Li gli fu chiesto di giurare alla Costituzione del Clero, pena l’essere giustiziati a colpi di sciabola. Anche i fratelli Hurtrel, risposero negativamente a quella domanda. Nel tribunale alla presenza del sedicente tribunale, trovarono in lui la loro difesa; ma a causa di un aspro e forte litigio tra il presidente e il difensore dei religiosi, senza essere processati, furono brutalmente uccisi in odio alla fede. La memoria liturgica si celebra nell’ Ordine il 2 Settembre.

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Venerabile P. Bernardo Maria Clausi

Nato il 26 Novembre 1789 in un piccolo paese in provincia di Cosenza chiamato San Sisto dei Valdesi, morì a Paola il 20 Dicembre 1849. Ricevette un educazione cristiana da parte dei genitori. Settimo di dieci figli, ancora giovanissimo, espresse il desiderio di seguire San Francesco di Paola. Entrato nel convento di Paola, fu costretto ad interrompere la sua formazione presso il noviziato, abbandonare il convento, per prestare il servizio militare; anche quella fu per lui occasione di esercitare un vero e proprio apostolato. A seguito di questa esperienza, essendo stati soppressi gli ordini religiosi, non potè immediatamente realizzare la sua chiamata alla vita religiosa; tuttavia, divenne sacerdote diocesano e gli fu affidata la parrocchia del suo paese d’origine dedicata a San Michele Arcangelo. Ritornato nella famiglia dei Minimi prese il nome di Padre Bernardo Maria Clausi. Presto si diffuse la fama della sua Santità. Il dono della profezia e quello dei miracoli compiuti attraverso l’immagine della Madonnina, da lui venerata con il titolo di “ Mater Gratiae et Misericordiae ”, accompagnarono il suo ministero sacerdotale, visse numerosi momenti di gravi aridità spirituali ne vessazioni diaboliche. Strinse rapporti epistolari con l’amico San Vincenzo Pallotti, la beata Elisabetta Sanna e altri ancora. Stimato dai Papi Gregorio XVI e Pio IX, nel 1842 Carlo Alberto di Savoia lo chiamò a Torino, dove conobbe San Giovanni Bosco. San Giovanni Paolo II nel 1988 lo dichiarò Venerabile.

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Servo di Dio Padre Pio delle Piane

Nacque il 4 Gennaio 1904 a Genova. Entrò in contatto con l’Ordine dei Minimi nella parrocchia del suo quartiere. Accompagnato spiritualmente dal religioso minimi Padre Paolo Rapa, entrò nel convento genovese di Gesù-Maria. Considerato di salute cagionevole dai suoi genitori, essi manifestarono il loro dissenso nel farlo entrare in convento, nonostante fossero credenti e praticanti. Ordinato sacerdote, nel santuario dei marinai di Genova, svolse il compito di accompagnare nella formazione i novizi.

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Dal 1933 al 1948 offrì il suo servizio di fervente Apostolo e seguace di San Francesco nella Chiesa Romana di Sant’Andrea delle Fratte. Trasferito a Rimini e poi di nuovo  a Roma, si spese a favore dei poveri pronto a dare ciò che era per lui. Intenso fu il suo rapporto spirituale con San Pio da Pietrelcina. Nel 1974 incontrò Madre Speranza a Collevalenze. Spese tutte le sue energie nella sua missione sacerdotale. Spesso lo si vedeva a piedi nudi lungo le strade della capitale, per portare la Comunione agli ammalati e un pasto ai poveri. Amava sostare lunghe ore nel confessionale per ascoltare quanti chiedevano e avevano bisogno di incontrare Misericordia di Dio attraverso il suo ministero. Morì in odore di santità a Roma il 12 Dicembre 1976.

Beate Martiri Minime di Barcellona

Nella prima metà del XX secolo, la fede cristiana fu messa a dura prova a causa del violento odio che il cieco comunismo inflisse al cattolicesimo. Furono, infatti, distrutte chiese, immagini sacre, insieme a migliaia di persone Laiche e Consacrate solo perché cristiane. Fu in questo contesto storico che, le nostre suore di clausura diedero prova suprema del loro amore totale a Gesù Cristo attraverso il martirio, infatti il 19 Luglio 1936 avvertito il pericolo  abbandonarono il monastero e si trasferirono presso alcune famiglie, erano il tutto 25 e si divisero in gruppi. Le minime guidate da Madre Montserrat, trovarono rifugio nella casa a Torre Arnau. Il 23 Luglio furono catturate e orribilmente trucidate, i loro corpi martoriati furono lasciati per due giorni sotto il sole cocente. Un dentista loro conoscente, una volta riconosciute, si preoccupò di informare le autorità competenti. Le restanti 16 monache che sopravvissero alla persecuzione poterono tornare nel loro monastero, ormai completamente distrutto, solo nel 1939. Le 9 martiri trucidate barbaramente insieme alla laica Lucrezia, sono state beatificate a Tarragona in Spagna il 13 Ottobre 2013.

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Venerabile Suor Filomena Ferrer

Educata cristianamente dai genitori, soprattutto dalla madre, nacque il 3 Aprile 1941. Fin da piccola manifestò un carattere contemplativo, manifestando ben presto i suoi germi vocazionali. All’età di 19 anni entra nel monastero di Valls in Spagna, si prodigò molto affinchè venissero recuperate alcune osservanze regolari ormai andate perdute; per esempio la nudità dei piedi e la recita notturna dell’Ufficio dell letture. Il suo forte desiderio di servire Dio e il suo costante esempio gli ottennero ciò che desiderava. Diversi furono i carismi che il Signore gli concesse e che lei mise a servizio dell’Ordine dei Minimi e della Chiesa di Spagna. Ebbe particolare cura della devozione al Sacro Cuore di Gesù, al quale dedicò un monastero nella sua città natale. Le sue esperienze mistiche si riflettono negli scritti autobiografici. Morì a Valls il 13 Agosto 1968 all’età di 27 anni.

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Venerabile Suor Consuelo del Cuore Immacolato di Maria

Suor Consuelo Utrilla Lozano o Suor Corazon, com’era affettuosamente anche chiamata, nacque il 6 Settembre 1925 a Ciudad Real in Spagna. Rimasta orfana di madre a soli 17 mesi, avvertì fin da subito la nostalgia dell’affetto materno, per questo ebbe un legame molto forte nei confronti della Madonna. L’ essenza della vita consacrata di Suor Consuelo9, fu oblazione, cioè offrire tutta se stessa per gli interessi del regno di Dio. Offrì in umiltà la sua vita per la famiglia Minima, per l’Ungheria in quel tempo martoriata, per il Papa e per i sacerdoti. Nell’anno Mariano del 1954, gli venne diagnosticato un tumore alla clavicola destra, e da li iniziarono per lei delle durissime prove che, in poco più di due anni, la portarono alla morte. Tanta era la sua fede, che neppur la forte e dolorosa sofferenza, li impedì di pregare ogni giorno fino alla sua morte. Recitò il S. Rosario anche durante gli ultimi momenti della sua vita, sebbene avesse la lingua piena di piaghe che le impedivano di parlare. Come appare chiaro anche dalle preziose pagine dei suoi scritti, la figura di Suor Consuelo è quella, di un’anima chiamata alla grandezza nella sofferenza. Suor Consuelo morì il 9 Dicembre del 1956.

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Beata Elisabetta Sanna

Elisabetta Sanna nacque a Codrogianos il 23 Aprile 1788, da una famiglia molto religiosa. A 3 mesi si ammalò di vaiolo e le cure le causarono un handicap permanente alle braccia. Nonostante tutto, si dedicò sin da bambina ai poveri, la sua vita sembrava orientata verso una vita consacrata. Ma all’età di 19 anni i genitori la costrinsero a sposare un buon uomo, dalla loro unione nacquero ben sette figli, che Elisabetta dovette crescere da sola, quando il marito morì per un improvvisa malattia. Rimasta vedova pronunciò il voto di perpetua castità nelle mani di Giuseppe Valle, un giovane sacerdote che cambiò radicalmente la sua vita. Intraprese un fruttuoso apostolato: insegnava catechismo e si prodigava in consigli e preghiere laddove ci fosse discordia. Durante un viaggio, che doveva portarla in Terra Santa, rimasta senza denaro, si fermò a Roma, e li in una cappella di San Pietro, conobbe un giovane sacerdote, Vincenzo Pallotti, che divenne suo Padre Spirituale. Grazie al sostegno al suo sostegno, decise di non rientrare più in Sardegna, ma di restare a prestare servizio ai poveri e agli ammalati. Durante la sua permanenza a Roma, conobbe anche padre Bernardo Clausi, e grazie a lui venne a conoscenza del carisma del san paolano Francesco. Già terziaria francescana, divenne anche terziaria minima e fu proprio Vincenzo Pallotti a cingerle in cordone. La “Santa di Roma”, come la chiamavano gli abitanti della città, mori a Roma nel 1857.

La memoria liturgica si celebra nell’Ordine il 17 Febbraio.

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Beato Francesco Maria Greco

Francesco Maria Greco nacque ad Acri in provincia di Cosenza, il 26 Luglio 1857. Vivendo le pressioni del padre, che sperava in una sua carriera di farmacista, il 17 Dicembre 1881 Francesco venne ordinato sacerdote. Dopo i suoi studi di teologia a Napoli, fece rientro ad Acri, dove fu nominato parroco della Chiesa di San Nicola. Ebbe una grande particolarità verso i giovani, e si rese conto che “educando alla fede che si educa alla vita”.  Grazie alla sua grande fede e al suo grande spirito di sacrificio fondò la scuola catechistica, che ben presto trasformo, insieme a Suor Teresa de Vincenti, in istituto religioso “Piccole operaie dei Sacri Cuori”. Grande era la sua devozione al Santo paolano, infatti diede il nome di “Caritas”, all’ospedale da lui fondato. Chiese inoltre di poter essere aggregato al Terz’Ordine dei Minimi e ottenne dal Padre Generale dell’epoca, la facoltà di poter erigere canonicamente congregazioni di terziari.  Morì ad Acri il 13 Gennaio 1931 e fu sepolto nella Chiesa di San Francesco di Paola del paese. Nel 1957 iniziò il suo Processo di Canonizzazione, e venne Beatificato a Cosenza il 21 Maggio 2016.

La memoria liturgica si celebra nell’Ordine il 16 Gennaio.

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Beata Elena Aiello

Elena Aiello nacque a Montalto Uffugo in provincia di Cosenza, il 10 Aprile 1895. Crebbe in un ambiente familiare cristiano, all’epoca in cui in Calabria, si soffriva per le conseguenze della PRima guerra mondiale, per le carenza igienico sanitarie e per la così detta “epidemia spagnola”. Fin dalla sua giovane età si dedicò, all’assistenza degli infermi preoccupandosi persino di confezionare umili casse di legno per dare una sepoltura cristiana alla vittime dell’epidemia. Il 18 Agosto 1920 entrò nelle Suore del Preziosissimo Sangue; ma a causa delle gravi e precarie condizioni di salute, fu costretta a lasciarlo. Iniziato nel 1923, il fenomeno delle stigmate, si protrasse fino alla morte della Beata. Tuttavia questo fenomeno, non precluse la conduzione di una vita religiosa esemplare e la nascita della sua famiglia religiosa, nella quale espletò il ruolo di Madre Superiora Generale. Fu così che nel 1928, ormai trentatreenne, fondò l’Istituto delle Suore Minime della Passione di Nostro Signore Gesù Cristo. La nascente congregazione, ebbe come carisma quello dell’accoglienza, soprattutto dei bambini più abbandonati, ai quali insegnò le verità religiose, preparandoli alla Prima Comunione. Nel Gennaio 1948, l’istituto fu elevato a Congregazione di Diritto Pontificio. Presto le sue virtù eroiche si diffusero per tutta Cosenza, tanto che si cominciò a parlare di lei come della ”Monaca Santa”. Morì a Roma il 19 Giugno 1961, i suoi resti mortali oggi, sono venerati presso la Casa Madre di Cosenza. Beatificata nella medesima città il 14 Settembre del 2011. La sua memoria liturgica è celebrata nell’Ordine il 19 Giugno.

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San Nicola Saggio da Longobardi

Nel 1681 il beato fu mandato nel convento di S. Francesco da Paola ai Monti, in Roma, perché aiutasse il parroco nell’assistenza religiosa al popoloso quartiere e facesse da portinaio. Ebbe così modo di venire a contatto di tanti poveri, di dire loro una buona parola e di soccorrerli nelle loro necessità con l’aiuto di benefattori. Quando non riusciva a soddisfare le loro necessità, i bisognosi lo insultavano con le parole più volgari, ma egli le sopportava con pazienza, in silenzio, in riparazione dei propri peccati. I parrocchiani e i devoti di S. Francesco da Paola, però, si avvidero presto di quante virtù fosse adorno l’umile oblato, basso di statura, ossuto, macilento, ma forte e agile nelle fatiche. Tutti lo ricercavano per confidargli le loro pene e raccomandarsi alle sue preghiere.
Questo Fratello Oblato, professo dell’Ordine dei Minimi, nacque a Longobardi (Cosenza), il 6 genaio 1650, primo dei tre figli che Fulvio Saggio e Aurelia Pizzini, contadini poveri di beni, ma ricchi di virtù, diedero alla luce. Al fonte battesimale gli furono posti i nomi di Giovanni Battista e Clemente. Crescendo negli anni, invece di frequentare la scuola, egli imparò a maneggiare la zappa e la falce in compagnia del padre. Anche se soltanto a diciotto anni poté ricevere la cresima dal vescovo di Tropea (Catanzaro), Mons. Luigi de Morales, dai genitori e dal parroco aveva imparato a frequentare la chiesa tutti i giorni di buon mattino, ad accostarsi con frequenza ai sacramenti e a fare delle volontarie mortificazioni oltre quelle imposte dalla tristezza dei tempi e dalle misere condizioni familiari. Il venerdì e il sabato digiunava a pane ed acqua per dare ai più poveri di lui quello che risparmiava.
A contatto dei Frati Minimi che a Longobardi avevano un convento, il beato si sentì chiamato a lasciare il mondo e a tendere alla perfezione nella pratica dei consigli evangelici come aveva fatto fin dalla gioventù il suo grande conterraneo e taumaturgo, Francesco da Paola (+1507). I genitori, che facevano affidamento sulle sue forze, gli dissero che per servire il Signore non era necessario chiudersi in un convento, ma che bastava essere buoni dove ci si trovava. Il figlio, per piegare la loro volontà, andò al convento dei Minimi, si fece dare un abito, lo indossò e poi si presentò alla madre sperando di metterla così dinanzi al fatto compiuto, ma ella, indignata, gli ingiunse di deporre immediatamente quel saio e di non frequentare più il convento dei Minimi. Il beato a malincuore obbedì, ma mentre si spogliava dell’abito religioso perse ad un tratto la vista. Non la riacquistò se non quando i genitori, pentiti della loro ostinazione, non gli permisero di seguire la propria vocazione.
Il giovane santo chiese di essere ammesso nell’Ordine dei Minimi al P. Isidoro Verardo da Fuscaldo, provinciale per la Calabria inferiore, il quale lo autorizzò a recarsi al santuario di Paola, a rivestirvi l’abito in qualità di fratello oblato con il nome di Fra Nicola e iniziarvi il noviziato.
Essendo ormai deciso di darsi a Dio con tutte le forze, divenne ben presto modello di osservanza religiosa a tutti, superiori a sudditi, chierici professi e novizi. Al termine della prova fu quindi ammesso senza difficoltà alla professione dei tre voti comuni a tutti i religiosi, e di quello speciale dei Minimi riguardante la perpetua interdizione dell’uso della carne, delle uova e dei latticini. Come oblato ve ne aggiunse un quinto: quello di fedeltà all’Ordine, consistente nel consegnare integralmente all’economo le elemosine che avrebbe ricevuto in dono.
Fra Nicola iniziò la sua vita di oblato proprio a Longobardi. Per due anni, e cioè dal 1670 al 1671, si comportò in chiesa, in cucina e nell’orto da vero uomo di Dio. In seguito, docile alla volontà dei superiori, si occupò dei lavori più umili nel convento di S. Marco Argentano, di Montalto Uffugo, di Cosenza, di Spezzano della Sila e infine di Paterno Calabro con il gradimento di superiori, confratelli e fedeli. Il P. Provinciale, P. Carlo Santoro, lo richiamò a Paola perché gli facesse da compagno nelle “visite” ai conventi. Si sentì perciò maggiormente impegnato nella fedele osservanza delle regole e nella sollecita obbedienza ai superiori.
Nel 1681 il beato fu mandato nel convento di S. Francesco da Paola ai Monti, in Roma, perché aiutasse il parroco nell’assistenza religiosa al popoloso quartiere e facesse da portinaio. Ebbe così modo di venire a contatto di tanti poveri, di dire loro una buona parola e di soccorrerli nelle loro necessità con l’aiuto di benefattori. Quando non riusciva a soddisfare le loro necessità, i bisognosi lo insultavano con le parole più volgari, ma egli le sopportava con pazienza, in silenzio, in riparazione dei propri peccati. I parrocchiani e i devoti di S. Francesco da Paola, però, si avvidero presto di quante virtù fosse adorno l’umile oblato, basso di statura, ossuto, macilento, ma forte e agile nelle fatiche. Tutti lo ricercavano per confidargli le loro pene e raccomandarsi alle sue preghiere. Tra gli altri spiccavano il Card. Mellini e il principe Don Antonio Colonna. Ma quando i suoi ammiratori, incontrandolo per strada, si profondevano in attestati di stima verso di lui, egli protestava di essere il più miserabile degli uomini, e si considerava indegno di portare l’abito dei Minimi essendo “il più grande peccatore”.
I superiori, temendo che la virtù di Fra Nicola corresse pericoli, decisero di sottrarlo a tanti onori rimandandolo, dopo dodici anni di permanenza nella Città Eterna, nel protocenobio dei Minimi. Quando giunse a Napoli, la contessa di S. Stefano, vice-regina, avrebbe voluto trattenerlo, me le fu comunicato che l’umile oblato doveva raggiungere il santuario di Paola per volere del papa Innocenzo XII (+1700). Nel convento gli fu assegnato il compito di aiutante del sacrista. Il beato ne approfittò non soltanto per tenere in ordine i paramenti, pulita la chiesa, ben sistemati gli altari, ma soprattutto per moltiplicare le sue adorazioni davanti al SS. Sacramento. In quel tempo non gli mancarono umiliazioni e pubblici rimbrotti da parte del Provinciale che lo considerava un buono a nulla, indegno dell’ufficio di sacrestano, capace soltanto di pulire gli zoccoli dei cavalli, ma egli sopportò la prova con grande dignità meditando la Passione del Signore. Quando era vilipeso e ingiuriato, anziché rattristarsene, diceva: “Merito tutto per i miei peccati perché sono peggiore di un cane morto per avere offeso Dio”.
Nel 1695 Fra Nicola fu trasferito prima a Fiumefreddo Bruzio, poi a Cosenza e finalmente a Longobardi, dove lavorò con i muratori intenti nell’ampliamento della chiesa. Per ottenere aiuti in denari, in natura e in mano d’opera visitò le famiglie delle campagne circostanti. Molti gli prestarono volentieri la loro collaborazione tanto che, dopo due anni, la costruzione della chiesa si poteva dire compiuta.
Nel 1697 Fra Nicola fu rimandato a Roma a fare da portinaio nel convento-parrocchia di S. Francesco da Paola ai Monti con grande esultanza dei poveri i quali ben sapevano di costituire il principale oggetto delle sue premure. Accorrevano al convento a tutte le ore per raccomandarsi alle sue preghiere, chiedere un consiglio, ricevere un aiuto. I più assidui erano un centinaio. Per essi di buon mattino preparava la minestra che avrebbe distribuito loro a mezzogiorno dopo una preghiera fatta in comune. Per trovarsi a tempo con loro una volta rinunciò all’udienza di Clemente XI (+1721) al Quirinale, e un’altra volta a un invito dei Colonna-Pamphili dicendo: “I poveri di Gesù Cristo mi aspettano a quest’ora, dai signori potrò recarmi in altro tempo”. Nella propria cella custodiva in due cassette i piatti e vari alimenti per i poveri di riguardo. Con le offerte che riceveva dai benefattori o che andava questuando, procurava vesti alle vedove, doti alle ragazze da marito, aiuti agli studenti poveri e alle famiglie cadute in miseria.
Nella sua vita Fra Nicola svolse sempre i compiti più faticosi e più umili nei vari conventi in cui visse. In quello di Roma, secondo le necessità, fu sacrestano, portinaio, giardiniere, ortolano, refettoriere, infermiere e compagno del parroco nelle visite alle famiglie della parrocchia. Un suo confratello, il P. Paolo Stabile, dichiarò: “Mi stupiva vederlo impegnato in tanti uffici che richiedevano più persone, e come potesse provvedere a tutto con esattezza”. Nessuno lo vide mai starsene in ozio o fare visite e discorsi inutili. Si recava nelle famiglie quando c’erano malati da assistere o questue da fare per la celebrazione delle Quarantore e la riparazione della chiesa. Con le offerte dei benefattori, specialmente di Donna Olimpia Pamphili, consorte del principe Don Filippo Colonna, i quali lo vollero padrino al battesimo dell’erede, nella cappella dedicata al santo fondatore fece eseguire decorazioni e dorature artistiche, e dispose che fosse adornato l’altare di un paliotto d’argento.
Benché la sua giornata fosse ripiena di mille gravose occupazioni Fra Nicola non rifuggì dalla pratica della penitenza. Nella propria cella conservava in una cassetta di legno le discipline di cui faceva sovente uso specialmente nel campanile, quando vi si recava per regolare il grande orologio a pesi. Per vincere le violenti tentazioni alle quali andava soggetto portava anche cilici e catenelle, e dormiva pochissimo di notte per terra o su due tavole, facendo uso come guanciale di un pezzo di legno. In questo modo riuscì a conservare illibata l’innocenza battesimale secondo le testimonianze dei suoi direttori di spirito, e a ridare a confratelli sfiduciati o tribolati la serenità dello spirito. Benché non avesse frequentato le scuole possedeva una così sorprendente intelligenza delle verità della fede da destare meraviglia anche nei più provetti professori di teologia, e da spingere cardinali, prelati, sacerdoti e semplici fedeli a fare ricorso al suo consiglio. A chi gli proponeva dubbi su verità difficili da comprendere come quella della predestinazione rispondeva: “Bisogna semplicemente credere e fermamente operare”.
Un giorno il P. Tommaso da Spoleto, dei Frati Minori Riformati e suo amico, chiese a Fra Nicola: “Come fai a resistere senza mangiare, bere e dormire per molto tempo?” Con la sua solita semplicità il beato gli rispose: “E tanto l’amore che sento verso Dio che non penso ad altro che a lui. Non ho altro desiderio che piacere a lui. E posso aggiungere che e tale il fervido amore che provo nel mio cuore che, per spegnere questo ardore, mi getterei in un fiume”. In altra occasione il medesimo Padre gli chiese: “Fra Nicola, ami molto Dio?” Il beato, molto emozionato, gli rispose: “Il mio Spirito langue e si liquefa perché non lo amo come dovrei amarlo e come desidero, cioè come gli angeli lo amano in cielo… Per questo mi sono legato all’Istituto religioso al quale appartengo”. E ne osservò sempre la regola con tanta perfezione che, chi lo conobbe, lo ritenne degno della canonizzazione benché ancora vivente.
Di giorno e di notte Fra Nicola trascorreva molte ore in preghiera. Più volte i confratelli lo trovarono in estasi in coro e in cella. Al Card. Colloredo che un giorno gli chiese quale profitto ricavava dalle sue molte preghiere, rispose: “Non altro che la conoscenza delle mie miserie e del mio nulla”. Alle volte non riusciva a contenere l’impeto del suo amore, e allora esplodeva in gioiosi canti di lode e di ringraziamento a Dio oppure sospirava: “Signore, il mio cuore brucia per te. Non ne posso più… Muoio, muoio di amore!”. Il P. Giovanni Battista Picardi più volte lo vide andare in estasi all’udire soltanto ragionare dei misteri della fede, o al vedere un confratello sollevare le tre dita della mano. Il gesto era sufficiente per richiamargli alla mente la SS. Trinità.
Quando Fra Nicola era in estasi e godeva di celesti visioni, l’unico mezzo efficace per richiamarlo in sé era l’ordine dategli anche solo mentalmente per obbedienza. Un giorno andò in estasi mentre i confratelli in coro cantavano il Te Deum. Poiché aveva cominciato a sospirare così forte da perturbare i salmodianti, il superiore fece tornare la calma dicendo soltanto: “Fra Nicola… per obbedienza”. Il beato abbassò subito le braccia che teneva sollevate in alto, volse la testa verso di lui e sommessamente esclamò: “Deo gratias!”
A chi lo sorprendeva in estasi il beato diceva confuso: “Per carità, non sopravvalutatemi; sono semplicemente un indegno… Non capisco come il cielo mi soffra e la terra mi sostenga… Se vedete in me qualche cosa di buono è pura misericordia di Dio… pura misericordia di Dio”. Se, dopo un’estasi, i confratelli o i devoti gli si avvicinavano con ammirazione, egli era solito dichiarare: “Io sono l’infimo tra gli infimi, il minimo tra i Minimi. Sono niente”. A chi gli chiedeva che cosa occorresse fare per amare Dio con tutte le forze, rispondeva: “Occorre essere umili”. E soggiungeva: “Umiliamoci, fratelli. L’anima nostra è come una bilancia: quanto più si piega da una parte, tanto più si innalza dall’altra. Umiliamoci sempre, umiliamoci”. Era tanto convinto di quello che diceva che persino nel camminare assumeva l’atteggiamento di un buono a nulla, Clemente XI, molto preoccupato per le sorti della Chiesa ancora scossa dall’eresia gianseniana, e per quelle dell’Europa, devastata da una sanguinosa guerra combattuta tra Leopoldo I (+1705), imperatore di Germania, e Luigi XIV (+1715), re di Francia, per la successione al trono di Spagna, nel 1709 aveva fatto trasportare l’immagine acheropita del SS. Salvatore conservata nel Sancta Sanctorum Lateranense alla basilica di S. Pietro affinchè tutti i fedeli elevassero a Dio speciali preghiere propiziatorie. Fra Nicola, nonostante le precarie condizioni di salute, due volte al giorno andò a venerarla e a offrirsi vittima alla giustizia di Dio tanto era ansioso di morire per andare in paradiso. Il P. Francesco Zavarroni, in seguito superiore generale dei Minimi, lo udì pregare: “Signore, eccomi, fa’ di me ciò che vuoi. Ti raccomando la tua santa Chiesa. Perdona al tuo popolo”. Il Signore accettò la generosa offerta di lui. Difatti, alcuni giorni dopo, l’umile oblato non ebbe più la forza di alzarsi da letto a causa di una violenta febbre.
Trasferito nell’infermeria, il beato fece a un confratello la sua confessione generale e chiese gli ultimi sacramenti. Perché non si stancasse, un sacerdote lo esortò a fare soltanto atti interni di amore di Dio invece di lunghe preghiere, ma egli gli rispose: “Ah, padre mio, io l’amo con tutto il cuore e vorrei essere una candela accesa per consumarmi come olocausto in onore di Dio”. Tra gli altri accorsero a fargli visita i principi Don Marcantonio Borghese, Don Filippo Colonna, Don Augusto Chigi, il marchese Naro, il duca di Patagonia Don Giuseppe Matteo Orsini e molti nobili. A chi si raccomandava alle sue preghiere diceva: “Io sono un grandissimo peccatore, e ho bisogno che il Signore mi usi misericordia per salvarmi. Se mi farà degno della salute eterna, vi terrò raccomandato al Signore”.
Anche il Card. Mellini accorse al capezzale del tanto venerato oblato per chiedergli la benedizione. Il beato gliela impartì con il cordone dell’abito religioso nel nome della SS. Trinità e di S. Francesco da Paola soltanto in seguito all’esortazione del suo superiore. Il confessore, P. Alberto da Cosenza, temendo che la visita di tante persone di riguardo cagionasse nell’animo del morente tentazioni di vanagloria, si preoccupò di dirgli: “Fra Nicola, questi onori si fanno non a tè, ma all’abito di S. Francesco da Paola”. Fra Nicola gli rispose dolcemente: “Padre mio caro, da circa dodici anni Dio mi ha fatto questa grazia… non c’è stato e non c’è in me altro che Lui. Io ho sempre sperato nella SS. Trinità e in essa spero di terminare questa vita”. Diverse famiglie nobili inviarono al convento i propri medici per un consulto. A chi gli dava buone speranze di guarigione l’infermo rispondeva: “I medici non sanno cosa dicono. Facciano pure ciò che desiderano, ma sappiano che io starò in vita fino a quando avrò lucrato l’indulgenza plenaria della prossima festa della Purificazione della Vergine”. Morì difatti nelle prime ore del 3 febbraio 1709, rivestito dell’abito religioso dopo avere tracciato tre segni di croce sugli astanti con le tre dita della mano destra ed esclamato: “Paradiso! Paradiso!”.
Ai funerali di Fra Nicola ci fu un’affluenza tanto grande di popolo che fu necessario lasciarne esposta la salma per tre giorni. Dal 1718 le sue reliquie sono venerate nella chiesa di S. Francesco da Paola ai Monti. Pio VI lo beatificò il 17 settembre 1786 (TESTO TRATTO DAL SITO www.santiebeati.it).

San Nicola Saggio

San Vincenzo Pallotti, Terziario Minimo

Va bene, è un buon prete. Ottima preparazione, confessore al Seminario Romano e al Collegio Urbano di Propaganda Fide, attivo in molte opere di carità. Ma perché fondare una “società per l’apostolato cattolico”, come se per questo non ci fossero già le strutture della Chiesa? E, per di più con laici, uomini e donne? Vincenzo Pallotti, romano, nato nel 1795 e prete dal 1818, va incontro a diffidenze e ostacoli nel mondo ecclesiastico perché come pochi altri (don Nicola Mazza a Verona, per esempio) capisce ciò che il tempo esige dai cattolici.

Dopo il tornado della Rivoluzione francese e di Napoleone, vescovi, preti, religiosi, studiosi, si spendono generosamente in difesa della fede. E lui vede e apprezza. Ma dice che non basta, non basta più: il problema vero non è proteggere il recinto dei credenti. No, ora bisogna conquistare altri credenti ancora, dappertutto, abbattendo i recinti. E aggiunge: questo è compito di tutti, perché ogni singolo cristiano ha il dovere di custodire la fede e di diffonderla dove non c’è ancora o non c’è più. Questo è un programma di attacco. Vincenzo rispetta il mandato apostolico peculiare del Papa, dei vescovi, del clero; ma parla poi di “apostolato cattolico” come dovere e competenza di ogni credente, perché “a ciascuno ha comandato Iddio di procurare la salute eterna del suo prossimo”. Su questa base sorge nel 1835 l’Opera dell’Apostolato Cattolico, associazione di laici che avrà come “parte interna e motrice” una comunità di sacerdoti, seguita dalla congregazione delle suore dell’Apostolato Cattolico (chiamati comunemente Pallottini e Pallottine). Scopo: far conoscere Cristo con la parola, l’insegnamento, le opere di carità spirituale e materiale.

Gregorio XVI approva l’Opera e a Roma tutti hanno grande stima per don Vincenzo. Ma la sua società d’apostolato, dopo un buon inizio, passa da un ostacolo all’altro, e vede sempre rinviata l’approvazione delle sue regole (fino al 1904). Vincenzo muore con la fama di sant’uomo che ha fatto uno sbaglio. Quello sbaglio che però andrà avanti, trovando i Pallottini sempre vivi e operosi alla fine del XX secolo. Quello sbaglio che ha portato aria nuova nella Chiesa, ma che rallenterà la causa della sua canonizzazione, sempre con malintesi e miopie intorno all’iniziativa. Ci vorrà papa Pio XI a spazzare riserve e diffidenza, proclamando Vincenzo “operaio vero delle missioni”, “provvido e prezioso antesignano e collaboratore dell’Azione Cattolica”. Giovanni XXIII lo proclamerà santo nel 1963. Due anni dopo, il decreto Apostolicam actuositatem del Vaticano II dirà solennemente: “I laici derivano il dovere e il diritto all’apostolato dalla loro stessa unione con Cristo Capo”. Le parole di Vincenzo Pallotti risuoneranno così, dopo 130 anni, nella Chiesa universale con la voce di Paolo VI e dei vescovi di tutto il mondo (TESTO TRATTO DAL SITO www.santiebeati.it).

Pallotti